Il logo di Abu Ghraib

Quando ho visto per la prima volta questa foto di un uomo incappucciato sotto la luce pallida di Abu Ghraib, con le braccia tirate e le dita deformi, ho creduto di trovarmi di fronte ad un'installazione artistica - Goya che incontra Matthew barney o Hannibal Lecter che incontra Cristo.
Il fatto poi che tutto questo fosse stato organizzato da militari americani per ottenere la massima umiliazione, ancor più che un effetto estetico, ha intensificato ancor più il suo alone macabro.    Potevano immaginare che i loro scatti ci avrebbero affascinati così tanto finendo sulle prime pagine sui giornali di tutto il mondo, nei graffiti e nei murales in Iraq, sui cavalcavia delle superstrade di Los Angeles, accompagnati dalle parole 'The War is Over" ? Potevano immaginare la suggestione esercitata dalla sua interna forza retorica?
Una serie di manifesti a New York riprendono e sovvertono quell'immagine, detournando la silhouette della vittima delle torture. Annerito da un intervento grafico, l'uomo irakeno è diventato l'emblema di una guerra disonorevole. Un logo, come il segno della Nike o il conglietto di Playboy. E l'immagine - come nella struttura dei logo aziendali - è accompaganta da uno slogan: "Iraq, 10.000 volts nella tua tasca, colpevole o innocente".In un paese in cui il sentimento contrario alla guerra è sempre più relegato ai margini, vedere questo mi ha reso immediatamente entusiasta: l'opposizone alla guerra è entrata nel circuito mainstream! La potenza grafica, la curiosità intellettuale (che c'entra la Apple con la guerra in Iraq?) e la deformazione della pubblicità sovrappongono una nuova versione di libertà - quella dei giovani che esprimono la loro individualità e non adesione al conformismo imperante utilizzando e trasformando le immagini dei beni di consumo più trendy - ad un altro tipo di 'libertà' imposta a mezzo mondo.L’uomo con gli elettrodi di Abu Ghraib però ha perso la sua umanità quando è diventato un’astrazione su cui potevamo proiettare tutti i nostri mal di pancia sulla guerra. Forse possiamo conviverci. Come per il dilemma del vecchio fotografo, forse gli attivisti devono decidere se salvare una vita o risparmiare a una persona un’umiliazione più grande non sia più importante del potenziale che l’immagine ha di fermare delle sofferenze maggiori. Questa sembra essere la logica di Freewayblogger, il creatore dei cartelli sulle autostrade di Los Angeles che dicono: “E’ già stato torturato – fare la mia parte per ricordarlo alla gente non mi interessa affatto.”Ma c’è una questione tattica più ampia: anche con dei messaggi concepiti su terreni morali alti, stiamo servendo al meglio la nostra causa – o umanità – smerciando immagini di crudeltà e violenza? Possiamo farcela in un ambiente mediatico popolato dal capezzolo di Janet Jackson, il “vaffanculo” di Dick Cheney, e le foto diffuse sul web di un appaltatore decapitato? E nel provarci, non ci rendiamo complici di alzare la soglia della nostra tolleranza collettiva per la sofferenza? Quando giunse la notizia della prima decapitazione di un americano in Iraq, fui sopraffatto dal disgusto. Non avendo visto le immagini, mi immaginai il terrore puro delle ultime ore vissute da Nicholas Berg. Ma alcune settimane dopo, quando riuscii ad avere lo stomaco per guardare le foto di Paul Johnson, con la sua testa recisa appoggiata tra le spalle nella sua tuta arancione, ero calmo e insensibile. L’immagine era meno sanguinosa e più clinica del, diciamo, Gesù Cristo flagellato di Mel Gibson, addobbato con efetti speciali che non dovevano lasciare dubbi sulla profondità delle sofferenze dell’uomo.Guardando Fahreneit 9/11, ho provato ribrezzo per la sequenza che mostra il braccio spappolato di un soldato semplice, con i tendini che gli escono fuori come serpenti in un groviglio in stile Terminator, ma l’immagine non durava a lungo. Ciò che durava, profondamente, era la storia di Lila Lipscomb, una donna del Michigan che ha perso suo figlio in Iraq. Piegata dal dolore, resa fisicamente incapace dalla perdita, Lila è la testimonianza vivente di come l’impatto della guerra spezzi i cuori, al di là del semplice impatto sulla carne. La sua storia non ha bisogno di essere astratta o amplificata con una grafica sofisticata. Quando “logoizziamo” la sofferenza, ci dimentichiamo di cosa rappresenta: l’anima nera del dolore e della perdita che potrebbero facilmente essere i nostri.
Paul Schmelzer

 

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